A Genova il fascino senza tempo della balena
A Palazzo Ducale, negli ambienti dell’Appartamento e della Cappella del Doge, Moby Dick – La balena. Storia di un mito dall’antichità all’arte contemporanea esplora la lunga storia simbolica e culturale dei cetacei, attraversando secoli di narrazioni, rappresentazioni e immaginari. La mostra, a cura di Ilaria Bonacossa e Marina Avia Estrada con Michela Murialdo, è una grande collettiva che intreccia arti visive, letteratura, antropologia e scienza, costruendo un racconto immersivo che parte dal romanzo di Herman Melville per ampliare lo sguardo su un mito collettivo che continua ad affascinare artisti e studiosi di ogni epoca. E quale sede migliore di Genova, come sottolinea Ilaria Bonacossa in una recente intervista, “città che ha costruito la sua identità sul rapporto con il mare” e di Palazzo Ducale che porta in sé il segno della sua potenza marittima per presentare “un dialogo tra la dimensione immaginaria dell’oceano e la storia concreta di una città”.
Herman Melville
Il percorso, che conta un ampio numero di opere e manufatti provenienti da musei italiani e internazionali, si apre con l’ingresso dedicato al testo di Melville: diverse edizioni del romanzo introducono immediatamente il tema della navigazione, del rapporto tra uomo e natura e della memoria scritta. Qui compaiono la prima edizione italiana con la traduzione di Cesare Pavese, un libro di Emilio Isgrò con cancellature che rivelano immagini della balena e The Book End of Time di Tacita Dean, cristallizzato come un reperto riemerso dagli abissi.
Il rapporto tra l’uomo e la natura
La prima sala affronta il legame tra mito e ambiente naturale: Ossi di Claudia Losi evoca un rifugio inuit costruito con ossa di balena, mentre la fotografia di Thomas Ruff richiama l’orientamento attraverso le stelle. L’atmosfera cambia radicalmente nella Cappella Dogale, trasformata in un sacrario acustico grazie all’installazione sonora di Alberto Tadiello, composta da otto tracce in loop che intrecciano canti di balene, voci di biologi, suoni urbani e rituali di popolazioni costiere. Attorno, parti di scheletri – inclusi i fanoni provenienti dal Museo di Storia Naturale “Giacomo Doria” – accentuano il carattere immersivo dello spazio.
Dall’Ottocento all’arte contemporanea
Segue una stanza dedicata alla passione collezionistica, che ricostruisce attraverso wallpaper uno studio d’epoca dove si radunano mappe, stampe di caccia alla balena, antiche lampade a olio, bussole e strumenti di lavorazione delle carcasse. Da qui il percorso si apre all’arte contemporanea: Prey di Marzia Migliora, un blocco di salgemma trafitto da un arpione, e la tassonomia immaginaria di Mark Dion dialogano con piroghe, kayak, ornamenti in denti di capodoglio e altri manufatti che testimoniano la presenza del mito nelle culture del mondo.
La mostra integra anche importanti apparati multimediali. Vertigo Sea di John Akomfrah, proiettata su tre canali HD 2K, affronta le tensioni che attraversano gli oceani – dallo sfruttamento delle risorse alle migrazioni – attraverso immagini ipnotiche e coinvolgenti. Sul retro della parete convivono oggetti storici e l’opera di Elisabetta Benassi, che “arpiona” tre edizioni americane del romanzo.
Linguaggi diversi per un mito senza tempo
In un crescendo di linguaggi, le sale successive accolgono le opere di Carsten Höller e Cosima von Bonin, il delicato sistema acquatico di Accellerando di Clara Harstrup – in collaborazione con l’Acquario di Genova – e una sezione dedicata al design, con oggetti iconici come la Poltrona Moby Dick di Alberto Rosselli. Il percorso comprende inoltre l’installazione video di Guy Ben-Ner, il lavoro scultoreo di Jumana Manna, le stratificazioni concettuali di Mauro Panichella e Teresa Solar, e un grande pannello scenografico dedicato al celebre Moby Dick di Vittorio Gassman, realizzato con il Teatro Nazionale di Genova.
La “Sala del bianco” esplora il tema dell’ossessione – artistica e esistenziale – attraverso opere di Manzoni, Bonalumi, Simeti, Dadamaino, accanto alla balena costruita da Pino Pascali, agli animali immacolati fotografati da Paola Pivi e al paesaggio antartico filmato da Darren Almond. Segue Moving Off the Land IV di Joan Jonas, dedicata al rapporto tra uomo e natura, e una sezione giapponese con materiali dell’Ottocento e disegni di Hokusai e Masayoshi.
Nella parte finale compare il diorama interattivo di Marzia Migliora e l’opera immersiva Of Whales di Wu Tsang, un video di quattro ore generato da intelligenza artificiale che simula la percezione visiva di una balena, accompagnato da una colonna sonora dal timbro sacro.
Moby Dick Experience
Il percorso si conclude con Moby Dick Experience, l’esperienza originale in Virtual Reality realizzata da WAY Experience: grazie a tecnologie all’avanguardia – Metahuman, Motion Capture AI, lip sync avanzato – ricostruisce in circa 15 minuti le tappe fondamentali del viaggio del Pequod, dall’equipaggio all’incontro con la Balena Bianca fino allo scontro finale tra Achab e Moby Dick. Un epilogo immersivo che traduce il mito in esperienza cinematografica partecipata.
La mostra restituisce così la complessità culturale di un mito senza tempo, invitando il pubblico a un viaggio che attraversa arti, scienze e immaginari, mantenendo sempre al centro il fascino inesauribile della balena.
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