Cappotti, memoria e spazio scenico
Negli spazi della Galleria 10 Corso Como, recentemente ripensati all’interno del progetto di trasformazione promosso da Tiziana Fausti, la mostra “Jannis Kounellis. Untitled” costruisce un intervento concentrato attorno a un’unica installazione ambientale realizzata dall’artista nel 2009. Il progetto, organizzato in collaborazione con Galleria Fumagalli e curato da Alessio de’ Navasques, utilizza il grande spazio bianco della galleria come una configurazione continua nella quale opera, architettura e presenza del pubblico coincidono.
L’intervento si sviluppa attraverso una sequenza di settanta cappotti neri sospesi su strutture metalliche e disposti come presenze silenziose all’interno dello spazio. Non esiste un percorso obbligato né una suddivisione in sezioni: il visitatore si muove liberamente tra gli elementi, modificando continuamente distanza e percezione dell’opera.
Un allestimento costruito sulla densità
L’allestimento lavora sul ritmo della disposizione e sulla costruzione di pieni e vuoti. I cappotti non vengono trattati come elementi isolati ma come una massa continua che genera soglie, passaggi e improvvise chiusure visive. Il sistema espositivo riduce al minimo i dispositivi di mediazione e concentra l’attenzione sulla relazione diretta tra materiali, luce e presenza fisica del pubblico.
La struttura metallica di supporto rimane completamente visibile e contribuisce alla costruzione dello spazio. Ganci industriali, reti metalliche e sistemi di sospensione richiamano il rapporto costante di Jannis Kounellis con materiali quotidiani ed elementi produttivi. Anche la scelta di utilizzare uno spazio ex industriale come quello di 10 Corso Como riprende una dimensione ricorrente nella pratica dell’artista, che nel corso della sua ricerca ha spesso lavorato in garage, fabbriche dismesse, teatri e architetture non museali.
Il cappotto come traccia del corpo
All’interno dell’installazione il cappotto diventa insieme oggetto quotidiano, volume vuoto e presenza umana implicita. La disposizione seriale costruisce una scena continua nella quale ogni elemento conserva la memoria del corpo assente che lo ha abitato.
Nel contesto di 10 Corso Como, luogo storicamente legato alla cultura visiva e alla moda, l’indumento assume ulteriori significati legati al tema del movimento e della permanenza. Il cappotto diventa così riferimento diretto alla condizione umana e alla dimensione dello spostamento.
L’installazione evita qualsiasi costruzione narrativa esplicita. Non sono presenti apparati multimediali o dispositivi immersivi aggiuntivi: l’esperienza si costruisce attraverso la relazione fisica con i materiali, il peso visivo della massa scura dei cappotti e il contrasto con la luce uniforme della galleria.
Tra installazione e spazio teatrale
La componente teatrale rappresenta uno degli aspetti centrali della ricerca di Kounellis e riemerge anche in questo intervento. Fin dagli anni Sessanta l’artista aveva sviluppato un rapporto diretto con la scena teatrale e con la costruzione di configurazioni performative, lavorando su presenza, azione e tensione spaziale.
Nella galleria milanese questa dimensione viene tradotta in uno spazio compatto e silenzioso nel quale il visitatore diventa parte attiva del dispositivo espositivo. Più che osservare frontalmente l’opera, il pubblico è chiamato a entrare nella struttura costruita dall’installazione, muovendosi tra soglie, densità e improvvise aperture visive.
Anche la luce contribuisce a definire il ritmo dell’esperienza. Il bianco uniforme della galleria accentua il contrasto con la superficie scura dei cappotti e con la struttura metallica, lasciando emergere pieghe, cuciture e dettagli materici degli indumenti.
Materiali, strutture metalliche, luce e disposizione dei cappotti costruiscono così una configurazione continua nella quale lo spazio della galleria viene progressivamente trasformato dall’installazione.
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