Recuperare il futuro. MVRDV per la GAM di Torino
Come si interviene su un museo moderno che è diventato esso stesso patrimonio? È una domanda che attraversa oggi molte istituzioni europee chiamate a confrontarsi con edifici del secondo dopoguerra, la cui qualità architettonica continua a dialogare con esigenze profondamente cambiate. La riqualificazione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino si inserisce pienamente in questo scenario. Il progetto vincitore del concorso internazionale, firmato dallo studio olandese MVRDV insieme a BALANCE Architettura ed EP&S Group, sceglie di rileggere criticamente il progetto di Carlo Bassi e Goffredo Boschetti, trasformandone i principi originari negli strumenti del museo contemporaneo. Più che introdurre un nuovo segno architettonico, l’intervento recupera la vocazione sperimentale della GAM e la proietta verso nuove forme di fruizione, accessibilità e partecipazione.
Un museo nato per innovare
Quando nel 1951 Carlo Bassi e Goffredo Boschetti vinsero il concorso per la nuova sede della GAM, proposero un edificio destinato a cambiare il modo di concepire l’architettura museale italiana. Disposto diagonalmente rispetto all’isolato, orientato per sfruttare la luce naturale e organizzato come una sequenza continua di spazi espositivi immersi nel verde, il museo superava la tradizionale successione di sale chiuse costruendo un percorso nel quale architettura e opere dialogavano costantemente.
Quella visione, straordinariamente innovativa per l’epoca, rappresenta ancora oggi il principale valore dell’edificio. Nel tempo, trasformazioni funzionali e interventi successivi ne hanno attenuato alcune qualità spaziali, mentre il progressivo degrado della struttura ha reso indispensabile una profonda riqualificazione. La sfida del concorso non consisteva quindi soltanto nel restaurare un edificio, ma nel comprenderne l’identità per verificarne l’attualità rispetto ai modi contemporanei di progettare, visitare e vivere un museo.
Le ragioni di una scelta
Tra i 49 gruppi di progettazione partecipanti, la giuria ha premiato la proposta di MVRDV per la capacità di affrontare la riqualificazione come una “riscrittura sensibile e critica dell’edificio e della sua relazione con la città”. È una motivazione che sintetizza efficacemente il metodo dell’intervento: non sovrapporre un nuovo linguaggio all’architettura esistente, ma svilupparne l’impostazione originaria che fin dall’origine ne avevano fatto un modello innovativo.
Il recupero della continuità dei percorsi, il rinnovato rapporto con la luce naturale, una maggiore flessibilità degli spazi espositivi, l’apertura del museo verso la città, l’introduzione di nuove funzioni pubbliche e la valorizzazione del patrimonio custodito nei depositi costituiscono le principali scelte progettuali attraverso cui la GAM viene aggiornata alle esigenze della progettazione museale contemporanea. Soluzioni differenti ma riconducibili a un’unica strategia: moltiplicare le modalità di fruizione del museo senza alterarne l’identità architettonica.
Una piazza per la città
Tra le trasformazioni introdotte dal progetto vi è il nuovo rapporto con lo spazio urbano. Il progetto ridisegna gli spazi esterni come una grande piazza pubblica che prolunga naturalmente le attività della GAM oltre il perimetro dell’edificio. L’ingresso storico viene conservato, mentre la nuova Diagonale di luce attraversa il complesso collegando il centro cittadino con i quartieri circostanti. Anche il giardino entra a far parte dell’esperienza di visita, trasformando le opere all’aperto in elementi permanenti del paesaggio urbano.
Non si tratta soltanto di una scelta compositiva. La piazza, gli attraversamenti e le funzioni distribuite al piano terra trasformano il museo in un luogo frequentabile anche al di fuori della visita alle collezioni. È una riflessione che attraversa oggi numerosi progetti museali; anche Torino ne offre un esempio con il nuovo intervento di OMA per il Museo Egizio, dove corti e percorsi pubblici ridefiniscono il rapporto tra istituzione culturale e città. Pur attraverso soluzioni differenti, entrambi i progetti interpretano il museo come una parte attiva dello spazio urbano e non come un organismo separato.
Il deposito diventa museo
Se la nuova piazza rappresenta il volto più visibile della trasformazione, il Deposito Vivente costituisce probabilmente la proposta più significativa sul piano museografico. Le oltre 50.000 opere custodite nei depositi diventano accessibili attraverso un ambiente visitabile e percepibile anche dall’esterno, superando la tradizionale separazione tra conservazione ed esposizione.
Anche il Deposito Vivente riflette una delle ricerche oggi più interessanti della progettazione museale: rendere fruibile il patrimonio normalmente invisibile. Il Deposito Vivente integra conservazione, ricerca e visita in un’unica esperienza. Per il pubblico significa comprendere non soltanto le opere esposte, ma anche il lavoro di studio, catalogazione e tutela che rende possibile la vita stessa di una collezione, trasformando ciò che tradizionalmente rimane dietro le quinte in parte integrante del racconto museale e dell’esperienza di visita.
Lo spazio al servizio delle opere
All’interno il progetto recupera la chiarezza dell’impianto concepito da Bassi e Boschetti, eliminando le stratificazioni che nel tempo ne avevano attenuato la leggibilità. La luce naturale torna a svolgere un ruolo determinante nella costruzione del percorso, mentre la grande scala monumentale recupera la propria funzione di elemento ordinatore della visita. La riorganizzazione degli ambienti rende gli spazi più flessibili, capaci di adattarsi sia alle collezioni permanenti sia alle esigenze delle mostre temporanee.
Più che modificare l’architettura, l’intervento ne recupera i principi compositivi, riaffermando un’idea di museo nella quale è lo spazio ad accompagnare la lettura delle opere. Per chi progetta mostre è un passaggio significativo: la qualità dell’allestimento nasce anche dall’equilibrio tra architettura, percorso e contenuto espositivo.
Un museo che vive oltre la mostra
Auditorium, ristorante con accesso indipendente, aree dedicate alle attività educative e ambienti polifunzionali ampliano le possibilità d’uso dell’edificio, rendendolo frequentabile nell’arco della giornata. Non sono semplici servizi complementari, ma funzioni che rafforzano il ruolo della GAM come luogo di incontro, formazione e partecipazione, affiancando alla visita nuove occasioni di relazione con il pubblico.
MVRDV e il gruppo di progetto
Che il concorso sia stato vinto da MVRDV non è un dettaglio. Lo studio fondato a Rotterdam da Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries è tra i protagonisti dell’architettura internazionale degli ultimi trent’anni e ha costruito la propria ricerca sul rapporto tra città, sostenibilità e trasformazione del patrimonio esistente. Il progetto per la GAM si inserisce coerentemente in questa ricerca, privilegiando una strategia di reinterpretazione dell’edificio piuttosto che la ricerca di un nuovo gesto architettonico.
Accanto allo studio olandese operano BALANCE Architettura, fondato a Torino da Alberto Lessan e Jacopo Bracco, realtà che negli ultimi anni si è distinta per interventi tra architettura, urbanistica e allestimenti, ed EP&S Group, responsabile dello sviluppo ingegneristico del progetto. L’incontro tra una visione internazionale e una profonda conoscenza del contesto locale rappresenta uno degli elementi che hanno contribuito all’equilibrio della proposta.
Recuperare la capacità di innovare
Quando Carlo Bassi e Goffredo Boschetti vinsero il concorso del 1951, la loro proposta ridefiniva il concetto stesso di museo. L’innovazione non risiedeva soltanto nell’immagine dell’edificio, ma soprattutto nel modo in cui luce, percorsi, giardino e spazi espositivi contribuivano a costruire una nuova esperienza della visita. Oltre settant’anni dopo, il progetto di MVRDV affronta una sfida diversa ma, per molti aspetti, analoga: dimostrare che un’architettura ormai entrata nella storia può continuare a produrre innovazione senza rinunciare alla propria identità. L’apertura alla città, il Deposito Vivente, la maggiore flessibilità degli spazi, le nuove funzioni pubbliche e l’attenzione all’accessibilità e alla sostenibilità non vengono introdotti come elementi estranei, ma sviluppano le intuizioni che avevano reso il progetto originario un riferimento per l’architettura museale del secondo dopoguerra. Come nel 1951, anche questa trasformazione nasce da una precisa idea di museo e dal desiderio di anticiparne l’evoluzione. È proprio questa continuità tra memoria e innovazione a definire il carattere del progetto.
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