exhibition
uccelli di vetro pendono dal soffitto all'entrata
Homo Faber 2026 – A Luminous Ark. Foto Giulio Ghirardi, © Michelangelo Foundation
Nell’ex piscina Gandini, A Full Moon Rising utilizza la vasca come parte della composizione. Una struttura semicircolare accoglie moon jar coreani e vasi contemporanei ispirati alla stessa forma; illuminazione e riflesso sull’acqua completano visivamente il cerchio, costruendo l’immagine di una luna che emerge dalla superficie
Homo Faber 2026 – A Full Moon Raising. Foto Sophia Bennett, © Michelangelo Foundation
Nel chiostro palladiano, A Great Turning interviene sulla geometria preesistente. Un bacino d’acqua disposto lungo l’asse centrale riflette le arcate del portico, mentre un grande specchio cinetico reagisce alle variazioni della luce naturale
Homo Faber 2026 – A Great Turning. Foto Giulio Ghirardi, © Michelangelo Foundation
Nel Refettorio palladiano un fascio verticale attraversa la sala e incontra un lungo tavolo luminoso e riflettente sul quale sono disposti manufatti esclusivamente bianchi, realizzati in porcellana, vetro, tessuto, carta e altri materiali. Una parete sul fondo separa l’installazione dalla riproduzione delle Nozze di Cana di Veronese, mantenendo leggibile anche la configurazione storica della sala
Homo Faber 2026 – A Feast of Light. Foto Giulio Ghirardi, © Michelangelo Foundation
Plastica, smalto, resina e vetro sono organizzati secondo le variazioni dello spettro cromatico, su ripiani riflettenti e supporti rotanti, mentre un soffitto di specchi moltiplica forme e colori
A sinistra, Homo Faber 2026 – A Rainbow of Forms. Foto Giulio Ghirardi, © Michelangelo Foundation. A destra, Es Devlin fotografata al centro dell'installazione. © Courtesy of Es Devlin Studio
la mano della pittrice al lavoro
Virginie Vandeputte, pittrice su vetro: dimostrazione dal vivo, Homo Faber 2026. © EKKOW Photography

Un’isola di luce. Es Devlin per Homo Faber 2026

Dal 1° al 30 settembre 2026 l’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia ospita la quarta edizione di Homo Faber Biennial, progetto della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship dedicato all’artigianato contemporaneo. An Island of Light, questo il titolo dell’edizione, riunisce negli spazi della Fondazione Giorgio Cini centinaia di maestri d’arte e artisti del craft provenienti da tutto il mondo. La direzione artistica è affidata a Es Devlin, artista e designer britannica che costruisce attorno al tema della luce un percorso articolato in quindici ambienti espositivi. Non un elemento aggiunto alle opere, ma la materia attraverso cui il progetto mette in relazione manufatti, persone e architettura, trasformando progressivamente gli spazi del complesso monumentale. Homo Faber Biennial è curata dalla Michelangelo Foundation e realizzata in collaborazione con Fondazione Giorgio Cini e Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

La luce come struttura del racconto

Il concept sviluppato da Devlin parte da un principio semplice: rendere visibile il talento attraverso la luce, intesa contemporaneamente come fenomeno fisico e strumento narrativo. Le opere non sono quindi organizzate soltanto per tecniche, provenienze o materiali, ma inserite in una sequenza di situazioni nelle quali illuminazione, ombra, riflesso e movimento modificano continuamente il modo in cui vengono percepite.

L’ingresso introduce subito questa impostazione. A Language of Hands ricrea l’ambiente di una bottega attraverso una composizione multimediale di immagini, suoni e atmosfere; segue An Index of Artisans, galleria di ritratti in bianco e nero che presenta gli autori prima ancora delle loro opere. Con An Alphabet of Objects l’attenzione si sposta invece sui manufatti: una grande struttura cilindrica in movimento proietta sulle superfici della sala le sagome di oltre cento oggetti, trasformandole in un repertorio di segni che richiama geroglifici, pittogrammi e forme archetipiche.

Fin dalle prime sale emerge così il principio che governa la messa in scena: non una successione uniforme di teche e supporti, ma ambienti con identità differenti, costruiti di volta in volta attorno al gesto, alla materia, alla trasformazione e alla relazione con gli elementi naturali.

Acqua, materia, riflessi

Le caratteristiche architettoniche della Fondazione Giorgio Cini entrano direttamente nel progetto. Nell’ex piscina Gandini, A Full Moon Rising utilizza la vasca come parte della composizione. Una struttura semicircolare accoglie moon jar coreani e vasi contemporanei ispirati alla stessa forma; illuminazione e riflesso sull’acqua completano visivamente il cerchio, costruendo l’immagine di una luna che emerge dalla superficie.

In A Rooted Ascent è invece la materia a definire l’ambiente: una struttura in sughero articolata su più livelli separa manufatti in legno da quelli ottenuti intrecciando vimini, salice e giunco. Falegnami e intrecciatori lavorano nella sala, affiancando agli oggetti finiti la possibilità di osservarne direttamente tecniche e lavorazioni.

Nel chiostro palladiano, A Great Turning interviene sulla geometria preesistente. Un bacino d’acqua disposto lungo l’asse centrale riflette le arcate del portico, mentre un grande specchio cinetico reagisce alle variazioni della luce naturale. Più che costruire un ambiente autonomo all’interno del chiostro, Devlin ne utilizza dunque gli elementi architettonici, duplicandoli e rovesciandoli attraverso acqua e superfici riflettenti.

Dal bianco al colore

Nel Refettorio palladiano A Feast of Light introduce un altro registro. Un fascio verticale attraversa la sala e incontra un lungo tavolo luminoso e riflettente sul quale sono disposti manufatti esclusivamente bianchi, realizzati in porcellana, vetro, tessuto, carta e altri materiali. Una parete sul fondo separa l’installazione dalla riproduzione delle Nozze di Cana di Veronese, mantenendo leggibile anche la configurazione storica della sala.

Subito dopo, A Rainbow of Forms ribalta il registro monocromatico. Plastica, smalto, resina e vetro sono organizzati secondo le variazioni dello spettro cromatico, su ripiani riflettenti e supporti rotanti, mentre un soffitto di specchi moltiplica forme e colori. La successione costruisce il proprio ritmo attraverso contrasti: penombra e luminosità, immobilità e movimento, bianco e colore, opacità e riflessione.

Mettere in scena il fare

Uno dei nuclei del progetto è la presenza degli artigiani all’interno delle sale. An Atelier Alive funziona come un laboratorio operativo: maestri della ceramica, del vetro, del metallo, del tessile e di altre discipline mostrano tecniche e lavorazioni accanto alle opere. Il processo di produzione entra così direttamente nella dimensione espositiva.

Questa componente si estende alle attività rivolte al pubblico. A Place for Workshops ospita laboratori dedicati al kintsugi e all’hanko in un ambiente definito da veli di seta bianca, ispirati ai noren giapponesi e decorati con calligrafie e testi di Taró Nordberg. Un laboratorio di origami genera invece un’opera collettiva destinata a crescere nel corso del mese attraverso l’aggiunta delle forme realizzate dai visitatori.

La partecipazione non costituisce quindi un programma parallelo alla mostra, ma entra nella sua organizzazione spaziale: atelier, dimostrazioni e laboratori fanno convivere manufatto e processo, osservazione e pratica.

Le persone dentro il progetto

Anche la mediazione diventa parte dell’esperienza. Novanta Young Ambassadors, selezionati fra 62 scuole di arti applicate e design di 23 paesi, sono distribuiti nelle sale per raccontare oggetti, tecniche e processi. La loro presenza introduce una componente relazionale nella messa in scena: alle informazioni affidate agli apparati si affianca il confronto diretto con persone chiamate a mettere in relazione pubblico, manufatti e competenze.

È su questa compresenza che si ricompone il progetto di Devlin. I quindici ambienti cambiano registro, materiali e condizioni percettive, mentre ritratti, utensili, materie prime, dimostrazioni e laboratori riportano continuamente l’attenzione sulle persone che hanno realizzato ciò che viene esposto. La luce che dà il titolo all’edizione agisce come elemento unificante: illumina gli oggetti, modifica l’architettura, produce riflessi e ombre e, soprattutto, rende visibile il sapere necessario alla loro realizzazione.

© Design People Soc. Coop.

An Island of Light | Homo Faber 2026
1-30 settembre 2026
Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore 1, Venezia