Incontri

Esporre nei luoghi dell’abitare. Incontro con l’architetto Giovanni Sanna

La casa museo Bagatti Valsecchi si contraddistingue notoriamente per una forte identità: come vi siete approcciati a questo spazio?

La Casa Bagatti Valsecchi è già un dispositivo museografico ante litteram. Non è un contenitore neutro, ma un interno costruito come progetto totale, dove ogni elemento è parte di una visione coerente.

Il nostro approccio non poteva essere quello dell’inserimento neutro. Abbiamo lavorato per confronto strutturale: comprendere la logica compositiva della casa, simmetrie, assi visivi, gerarchie degli arredi, e operare all’interno di quel sistema senza disattivarlo.

Non si trattava di aggiungere un layer contemporaneo, ma di verificare cosa accade quando un altro sistema totale, quello di Depero, entra in interferenza con il primo. L’equilibrio non era dato: andava costruito stanza per stanza.

A che tipo di fruizione avete pensato?

La fruizione è stata pensata come attraversamento, non come sequenza lineare.

In una casa museo il percorso è già determinato dalla struttura domestica. Abbiamo scelto di lavorare dentro questa condizione, costruendo micro-narrazioni per ambienti, senza forzare una lettura frontale.

Il visitatore non osserva opere isolate, ma entra in un campo di relazioni tra oggetti, superfici, proporzioni e memoria. L’esperienza è immersiva, ma non spettacolare: richiede attenzione e misura.

In questo contesto come avete inserito le opere di Depero?

L’inserimento è avvenuto per negoziazione spaziale.

Ogni opera è stata valutata in relazione alla morfologia della stanza, alla densità degli arredi, alla cromia e alla luce naturale. In alcuni casi abbiamo lavorato per continuità, in altri per attrito controllato.

Non si trattava di “trovare posto”, ma di costruire un equilibrio dinamico tra due sistemi formali compiuti. L’interesse stava proprio nel punto di tensione: quando nessuno dei due linguaggi prevale, ma entrambi vengono riletti.

Qual è il ruolo della luce in questo allestimento?

La luce è parte integrante dell’architettura del progetto.

In un contesto così stratificato non poteva essere scenografica. Con LightScene abbiamo lavorato per modulazione e misura: la luce doveva rivelare le opere senza separarle dalla materia della casa.

Il progetto illuminotecnico è stato uno strumento di calibrazione. Doveva generare profondità e relazione, non teatralizzazione.

Veduta della mostra
Sala Bevilacqua, veduta della mostra. Foto Elena Datrino. Le opere di Fortunato Depero sono “Cordial Campari”, 1939, “Simultaneità metropolitane”, 1946, Mart, Fondo Depero
il dipinto è esposto all'interno del camino della sala
Sala della stufa valtellinese, veduta della mostra. Foto Elena Datrino. L’opera di Fortunato Depero è “(L’uomo con la pipa) Fumatore e fiore”, 1946, Mart, Fondo Depero
veduta della mostra
Sala dell’affresco, veduta della mostra. Foto Elena Datrino. L’opera di Fortunato Depero è “Cavalli sulla corda”, 1948, Mart, Fondo Depero. Camera Rossa, foto Elena Datrino. L’opera di Fortunato Depero è “Abiti da uomo”, 1945, Mart, Fondo Depero. © FORTUNATO DEPERO, by SIAE 2026
veduta della mostra
Sala della stufa valtellinese, veduta della mostra. Foto Elena Datrino. L’opera di Fortunato Depero è “Danza del vento”, 1952, Mart, Fondo Depero

Cosa significa dal punto di vista progettuale esporre nei luoghi dell’abitare?

Significa confrontarsi con uno spazio che non nasce per l’esposizione, ma per la vita.

Questo implica una responsabilità diversa: l’allestimento non può imporsi come sistema autonomo, ma deve inserirsi in una rete di significati già attiva.

Esporre in una casa è un esercizio di precisione. Ogni scelta è dichiarativa, perché interviene su un equilibrio preesistente.

Come si inserisce questo progetto nell’attività del vostro studio?

Il nostro studio lavora su architetture civiche, residenziale di grande scala, masterplan urbani, headquarter, hotel e spazi pubblici complessi.

Space to Space non è una deviazione rispetto a questo percorso, ma una sua condensazione. Ci ha costretti a lavorare con altissima densità concettuale: in uno spazio saturo di significato, ogni gesto diventa progetto.

Noi concepiamo l’architettura come spazio risonante, capace di generare significati oltre la funzione. Questo allestimento, pur nella sua scala contenuta, opera nello stesso campo: non organizza opere, costruisce senso.

Avete in programma di dedicarvi all’allestimento di altre mostre temporanee?

Sì, ci interessa molto lavorare sull’exhibit design.

Ma non come semplice contenitore espositivo.

La discriminante è sempre il principio culturale. Ci interessa quando esiste un’ipotesi forte da tradurre in spazio. Space to Space è stato questo: un confronto tra due idee totali di abitare.

Così come pensiamo l’architettura come struttura capace di produrre significato, allo stesso modo concepiamo la mostra: non come supporto, ma come dispositivo concettuale.

© Design People Soc. Coop.