exhibition
sono esposti insieme opere contemporanee e reperti archeologici
Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz, foto Enrico Turinetto
vetrine e pedane con i reperti archeologici
Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz, foto Enrico Turinetto
pedane con capitelli e anfore
Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz, foto Enrico Turinetto
installazione con dei video e davanti una pedana con una serie di lucerne
Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz, foto Enrico Turinetto
All’interno di una teca in legno, l’artista colloca alberi di ulivo vivi, simbolo profondamente radicato nella cultura e nella storia palestinese. gli ulivi, privati del loro habitat naturale, sono destinati a deperire nel tempo. La progressiva perdita di vitalità, quindi, diventa metafora della fragilità della memoria e dello sradicamento
Khalil Rabah, "About the Museum", 2004-2011. Courtesy l'artista
Nelle fotografie sono rappresentate pratiche quotidiane nella vita dei villaggi, sovrapposte alle mappe dei luoghi stessi e i loro nomi originari, prima che venissero modificati a causa dell’occupazione
Veduta della mostra. In primo piano Samaa Emad, "Reimagining Homeland", 2023. Courtesy Fondazione Merz, foto Enrico Turinetto

Gaza memoria viva

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione Merz, Museo Egizio di Torino e MAH – Musée d’art et d’histoire di Ginevra, con il coinvolgimento dello Stato di Palestina e il contributo di un articolato comitato curatoriale e scientifico internazionale. Una rete istituzionale ampia che definisce fin dall’origine il carattere condiviso dell’iniziativa. Il Museo svizzero conserva temporaneamente, su mandato palestinese, circa 500 reperti archeologici che si trovavano in Europa per una mostra e non sono riusciti a fare rientro a Gaza a causa dei vari conflitti: “reperti rifugiati”, come li definisce Beatrice Merz.

Il concept

L’impianto curatoriale mette in relazione una selezione di circa ottanta reperti archeologici – dall’Età del Bronzo al periodo ottomano – con opere contemporanee, attivando un sistema di letture reciproche. Il progetto si inserisce esplicitamente nel dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale e il patrimonio è assunto come materia dinamica, esposta a perdita, trasformazione e trasmissione.

Il percorso espositivo

Il progetto si articola in quattro sezioni tematiche che costruiscono un attraversamento tra tempo storico e presente. L’apertura introduce il tema della distruzione del patrimonio, dove reperti, materiali documentari e dispositivi visivi rendono evidente la distanza tra ciò che è stato e ciò che permane, anche in forma dispersa.

Il percorso prosegue ricostruendo Gaza come crocevia tra Europa, Africa e Asia: ceramiche, monete e manufatti delineano una geografia di scambi e ibridazioni culturali.

La narrazione si concentra poi sulla dimensione umana di queste relazioni, attraverso oggetti quotidiani e testimonianze che restituiscono la circolazione di persone, pratiche e saperi. In chiusura, la sezione dedicata ai riti e alle tradizioni religiose evidenzia processi di stratificazione e convivenza culturale, leggibili nei materiali funerari e nei dispositivi simbolici che restituiscono una storia lunga e multiculturale del territorio.

Dispositivi e materiali

L’allestimento integra reperti, opere contemporanee e materiali documentari. Le fotografie dell’archivio UNRWA introducono un livello legato alla storia recente, mentre contributi audiovisivi e di ricerca – tra cui il lavoro di Forensic Architecture – ampliano il campo di lettura in relazione ai processi di distruzione e trasformazione.

Le pratiche contemporanee

Le opere di Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari agiscono come dispositivi di attivazione della memoria, in dialogo diretto con i materiali archeologici. Akram Zaatari, On Photography, Dispossession and Times of Struggle (2017), tratta la fotografia come reperto, leggendo nei segni e nelle tracce una stratificazione di vite e luoghi. Samaa Emad, con Reimagining Homeland (2023), utilizza il collage per ricostruire la memoria dei villaggi palestinesi attraverso immagini d’archivio e mappe, trasformandolo in strumento di trasmissione.

Le installazioni di Mirna Bamieh, tra cui Sour Wall (2024), costruiscono ambienti in cui elementi organici e componente sonora definiscono spazi sospesi tra dimensione domestica e trasformazione della materia. In About the Museum (2004-2011), Khalil Rabah introduce elementi viventi nello spazio espositivo, mettendo in tensione l’idea stessa di museo come luogo di conservazione e configurandolo come ambiente instabile tra archivio e paesaggio.

Nel loro insieme, queste pratiche restituiscono il passato come materia attiva, capace di agire nel presente.

Oltre la mostra

Il progetto si estende attraverso un programma di incontri, workshop e attività sviluppato con una rete di istituzioni culturali e di ricerca, ampliando il dispositivo espositivo e i suoi livelli di lettura.

Un dispositivo di relazione

La mostra costruisce un sistema di relazioni tra oggetti, immagini e pratiche. Il dialogo tra archeologia e contemporaneo definisce uno spazio in cui il patrimonio emerge come processo in divenire, tra conservazione e perdita, radicamento e dispersione.

© Design People Soc. Coop.

Gaza, il futuro ha un cuore antico
22 aprile 2026 - 27 settembre 2026
Fondazione Merz
via Limone 24
Torino