Gaza memoria viva
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione Merz, Museo Egizio di Torino e MAH – Musée d’art et d’histoire di Ginevra, con il coinvolgimento dello Stato di Palestina e il contributo di un articolato comitato curatoriale e scientifico internazionale. Una rete istituzionale ampia che definisce fin dall’origine il carattere condiviso dell’iniziativa. Il Museo svizzero conserva temporaneamente, su mandato palestinese, circa 500 reperti archeologici che si trovavano in Europa per una mostra e non sono riusciti a fare rientro a Gaza a causa dei vari conflitti: “reperti rifugiati”, come li definisce Beatrice Merz.
Il concept
L’impianto curatoriale mette in relazione una selezione di circa ottanta reperti archeologici – dall’Età del Bronzo al periodo ottomano – con opere contemporanee, attivando un sistema di letture reciproche. Il progetto si inserisce esplicitamente nel dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale e il patrimonio è assunto come materia dinamica, esposta a perdita, trasformazione e trasmissione.
Il percorso espositivo
Il progetto si articola in quattro sezioni tematiche che costruiscono un attraversamento tra tempo storico e presente. L’apertura introduce il tema della distruzione del patrimonio, dove reperti, materiali documentari e dispositivi visivi rendono evidente la distanza tra ciò che è stato e ciò che permane, anche in forma dispersa.
Il percorso prosegue ricostruendo Gaza come crocevia tra Europa, Africa e Asia: ceramiche, monete e manufatti delineano una geografia di scambi e ibridazioni culturali.
La narrazione si concentra poi sulla dimensione umana di queste relazioni, attraverso oggetti quotidiani e testimonianze che restituiscono la circolazione di persone, pratiche e saperi. In chiusura, la sezione dedicata ai riti e alle tradizioni religiose evidenzia processi di stratificazione e convivenza culturale, leggibili nei materiali funerari e nei dispositivi simbolici che restituiscono una storia lunga e multiculturale del territorio.
Dispositivi e materiali
L’allestimento integra reperti, opere contemporanee e materiali documentari. Le fotografie dell’archivio UNRWA introducono un livello legato alla storia recente, mentre contributi audiovisivi e di ricerca – tra cui il lavoro di Forensic Architecture – ampliano il campo di lettura in relazione ai processi di distruzione e trasformazione.
Le pratiche contemporanee
Le opere di Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari agiscono come dispositivi di attivazione della memoria, in dialogo diretto con i materiali archeologici. Akram Zaatari, On Photography, Dispossession and Times of Struggle (2017), tratta la fotografia come reperto, leggendo nei segni e nelle tracce una stratificazione di vite e luoghi. Samaa Emad, con Reimagining Homeland (2023), utilizza il collage per ricostruire la memoria dei villaggi palestinesi attraverso immagini d’archivio e mappe, trasformandolo in strumento di trasmissione.
Le installazioni di Mirna Bamieh, tra cui Sour Wall (2024), costruiscono ambienti in cui elementi organici e componente sonora definiscono spazi sospesi tra dimensione domestica e trasformazione della materia. In About the Museum (2004-2011), Khalil Rabah introduce elementi viventi nello spazio espositivo, mettendo in tensione l’idea stessa di museo come luogo di conservazione e configurandolo come ambiente instabile tra archivio e paesaggio.
Nel loro insieme, queste pratiche restituiscono il passato come materia attiva, capace di agire nel presente.
Oltre la mostra
Il progetto si estende attraverso un programma di incontri, workshop e attività sviluppato con una rete di istituzioni culturali e di ricerca, ampliando il dispositivo espositivo e i suoi livelli di lettura.
Un dispositivo di relazione
La mostra costruisce un sistema di relazioni tra oggetti, immagini e pratiche. Il dialogo tra archeologia e contemporaneo definisce uno spazio in cui il patrimonio emerge come processo in divenire, tra conservazione e perdita, radicamento e dispersione.
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