MAN, uno spazio vivo tra presente e nostalgia del futuro. Incontro con Chiara Gatti
Tre sono le mostre attualmente aperte al pubblico al MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro: “Blow Up”, che ripercorre il lavoro di Franco Mazzucchelli di arte pubblica e partecipata, “Sardegna a colori” con le fotografie di Franco Pinna e “Isolitudine” dedicata alla pittura recente di Alfredo Casali. Si tratta di mostre apparentemente molto diverse tra loro: c’è un filo rosso che lega queste scelte espositive?
Le mostre in corso chiudono l’anno di ricerca 2025, che il MAN ha voluto dedicare al tema delle isole. Dopo “Isole e idoli” progetto storico e internazionale che ha visto l’estate scorsa dialogare maestri moderni, da Gauguin a Giacometti, con i loro modelli arcaici, figli di culture insulari, dalle Cicladi a Tahiti, questi tre nuovi percorsi affondano in modo diverso nella stessa iconografia. Pinna, con il suo lavoro inedito sulla Sardegna degli anni Sessanta, in bilico fra folclore e boom economico; Casali con un viaggio di pura pittura e lirica astrazione fra forme che mescolano isole e nuvole; Mazzucchelli, invece, con la sua indagine sui luoghi dell’abitare quotidiano, trasformati in isole di meditazione, laddove le sue sculture pneumatiche punteggiano il paesaggio (anche marittimo…) come atolli o arcipelaghi; oltre a un gigantesco totano di 12 metri in pvc. Le tre esposizioni condividono un tema, sviluppato attraverso riflessioni e linguaggi differenti. Un modello che il MAN segue da tempo, al fine di toccare la sensibilità e gli interessi di pubblici diversi, oltre a perseguire la sua missione di studio che coniuga da sempre passato e presente, come vasi comunicanti.
Le mostre temporanee sono l’attività principale del MAN fin dall’inizio. Come si inserisce questa attività espositiva nella visione che la guida nel suo lavoro di curatore e direttore museale?
Credo fortissimamente nei progetti ibridi, attuali, militanti, politici. Le grandi mostre monografiche, così come spopolarono negli anni Ottanta e Novanta, hanno lasciato spazio ora a una necessità di interrogarsi sul nostro tempo, su ricerche motivate dall’epoca che attraversiamo. Cosa che – vista la drammatica cronaca odierna – ci obbliga a fare un salto nella realtà, chiedendo all’arte di farsene interprete. Una testimonianza attiva dei temi, filtrata però dal sentimento poetico, dall’invenzione del linguaggio, ma sempre costante e caparbia. Guerre, soprusi, emergenze ambientali, disuguaglianze economiche. Potremmo mai rintanarci nell’estetica o nella sperimentazione senza farne uno strumento di commento, adesione, denunzia? Al MAN abbiamo narrato la storia della scalinata di Odessa appena sono scoppiati i bombardamenti in Ucraina. Nel 2023 il pubblico ha amato la mostra Diorama, delicato (e non distopico) affondo fra le pieghe amare del nostro rapporto col cosmo, fra crisi climatica e industria alimentare. La prossima estate racconteremo un futuro che ci è stato strappato; rispetto ai sogni cosmici, magici e giusti coltivati negli anni Cinquanta.
Il MAN è un punto di riferimento per il territorio e il tema dell’isola, in senso fisico e simbolico, è stato al centro della ricerca del museo dell’ultimo anno. Cosa significa dirigere un museo di arte contemporanea nella realtà culturale sarda? Si deve avere un approccio particolare? Quale equilibrio tra l’attenzione al territorio e il dialogo globale?
Oggi si parla tanto e necessariamente di arte e comunità. Il MAN, per sua natura, nasce dentro il territorio sardo, nel cuore della Barbagia, in una città che è circondata da dirupi e paesaggi silvestri, abbarbicata sui colli che affacciano verso il massiccio metafisico del Corrasi. Allo stesso tempo, Nuoro, considerata l’Atene sarda, è stata per oltre un secolo cenacolo di letterati e artisti italiani di primo piano (vedi Deledda e Satta, Biasi e Pintori), un focolaio di sperimentazione e intuizione che innerva il corpo del museo, ne nutre profondamente la vocazione, spinta a valorizzare il patrimonio materiale e immateriale, aprendo tuttavia i suoi orizzonti verso ciò che freme al di là delle coste, per non ripiegare su se stessa nell’adorazione dei trascorsi, ma abbracciarne la linfa e ibridare la visione con il mondo che le frulla intorno. Un esempio: la mostra dedicata a Guernica e Picasso, “Contro tutte le guerre”, abbinava i disegni del capolavoro e le fotografie di Dora Maar concesse dal Prado di Madrid, con gli arazzi realizzati dalle tessitrici del paese di Sarule in omaggio a Guernica e ai dettagli del dipinto tradotti in arazzo dalle artigiane resilienti della Sardegna.
Ogni mostra o iniziativa richiede sempre grandi sforzi e suscita anche grandi attese. Può indicarci quella che forse in termini di riscontro e di gradimento l’ha maggiormente soddisfatta durante questi anni al MAN?
Sono soddisfatta e felice di un lavoro che abbiamo fatto – come staff, come squadra – in questi quattro anni insieme, mantenendo sempre una coerenza che ha rafforzato l’identità del museo e la sua riconoscibilità. Alternare moderno e contemporaneo con un ritmo perfetto ha abbracciato l’interesse di un pubblico amante dell’uno o dell’altro. In questi giorni, arrivano visitatori attratti dalle fotografie sarde di Franco Pinna e scoprono la pittura commovente di Alfredo Casali. Chi viene per le installazioni site specific di Mazzucchelli trova un reportage mai visto, rimasto nei cassetti per cinquant’anni. Così è successo per Gauguin e le opere del Louvre, che hanno affascinato gli appassionati dei grandi classici, colpiti inaspettatamente da un itinerario attraverso la fotografia contemporanea in Sardegna che ha proiettato la narrazione in una dimensione di attualità anche scottante.
Qualche anticipazione sui progetti futuri del Museo?
Il futuro appunto. O meglio, la “nostalgia del futuro”. Questo è il titolo del progetto annuale e anche della mostra dell’estate, con ambienti, opere e moda degli anni Cinquanta e Sessanta (Pierre Cardin in testa), proiezioni filmiche e postazioni sonore, tutte ispirate a quel futuro che, durante l’era spaziale, sembrava accessibile ed elettrizzante. Ma che – ahinoi – non ha mantenuto le promesse, generando involuzioni, aberrazioni, distopie. Un ritorno al futuro ideale che ha nutrito le fantasie di letterati e artisti – da Asimov a Fontana – disegnando un mondo migliore nel quale vogliamo ancora ostinatamente credere.
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