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Veduta di una sala in cui è esposto il primo interno dipinto da Vilhelm Hammershøi
Veduta della mostra. © Antonio Jordán, Courtesy Palazzo Roverella
Arte

Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia

La mostra a Palazzo Roverella, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, è la prima retrospettiva italiana dedicata a un pittore danese che ha segnato la propria epoca, Vilhelm Hammershøi (1864-1916).

Oltre a trenta opere autografe è esposta una quarantina di dipinti di artisti europei, soprattutto coevi, per stimolare il confronto tematico e stilistico con opere che riprendono motivi comuni come il silenzio, la solitudine, le “città morte” e i “paesaggi dell’anima”.

Inoltre, la mostra indaga il rapporto tra Hammershøi e l’Italia, paese di formazione in cui ha viaggiato varie volte, riflettendo sull’antichità classica e guardando all’arte antica e agli artisti del nostro Quattrocento.

Il percorso espositivo

Tre gli ambiti rilevanti in cui si muove la ricerca dell’artista danese e che la mostra ripercorre: gli interni, spesso senza presenze umane, i ritratti e le vedute architettoniche.

La maggior parte delle scene d’interno di Hammershøi ha per oggetto l’austera abitazione dalle pareti spoglie in cui ha risieduto con la moglie in un quartiere centrale di Copenaghen e in cui è maturata la sua poetica del vuoto e della luce. Nelle vedute domestiche in cui invece vediamo figure femminili intente a svolgere azioni minime e quotidiane è presente, a differenza di altri artisti, un senso di attesa e sospensione che lascia spazio a molte possibili interpretazioni.

Inventore del “ritratto di spalle”, Hammershøi sceglie come modelli persone appartenenti alla cerchia delle frequentazioni più strette. Il carattere della sua pittura non cambia anche quando protagonista è la città con le sue architetture, l’atmosfera è ovattata e malinconica, dominano sempre le varie sfumature del grigio.

L’unico dipinto italiano

In mostra è esposto l’unico suo dipinto di soggetto italiano, una veduta dell’interno di Santo Stefano Rotondo al Celio, una chiesa paleocristiana romana poco conosciuta. Come sottolinea il curatore, Paolo Bolpagni, viene approfondito il legame di Hammershøi con il nostro paese, dalla presenza di lavori dell’artista in mostre dell’epoca all’indagine dell’impatto che la visione diretta o la conoscenza in riproduzione di sue opere esercitò su pittori italiani fino agli anni Quaranta del Novecento.

Chiude il percorso “Out of the Field”, un omaggio a Hammershøi del fotografo spagnolo Andrés Gallego.

L’allestimento

Il filo conduttore dell’allestimento, ideato da Monica Gambini di TOO Studio, è la cornice, elemento base dell’ornamento architettonico. Il semplice profilo geometrico materializza linee di luce e ombra, guidando l’occhio tra i dipinti di Hammershøi. Se negli interni austeri dell’artista le cornici di porte e pareti definiscono rigidi piani prospettici, lo spazio espositivo ne rielabora il concetto: frammentate e moltiplicate, invertite e ruotate, le cornici abbandonano la loro funzione di confine per diventare linee di fuga esistenziali, per scardinare la fredda griglia dei silenzi dell’anima.

Immagine di anteprima: Vilhelm Hammershøi, Riposo, 1905. Parigi, Musée d’Orsay
© RMN-Grand Palais / foto Martine Beck-Coppola / Dist. Foto Scala, Firenze

© Design People Soc. Coop.

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