Museo Archeologico Nazionale di Sarsina. Lo spazio ritrovato dell’archeologia
Entrare nel Museo Archeologico Nazionale di Sarsina significa ritrovare le stesse collezioni in un ambiente completamente trasformato. Il nuovo allestimento non interviene sui reperti, ma sul modo in cui vengono osservati, mettendo in relazione architettura, luce, grafica e comunicazione in un disegno unitario che accompagna il pubblico senza mai sovrastare le opere.
Il riallestimento segue il più ampio intervento di restauro e miglioramento sismico dell’edificio storico. Architettura, illuminazione, grafica e nuovi strumenti di fruizione concorrono a costruire un insieme coerente nel quale ogni scelta è orientata a restituire centralità ai reperti archeologici, favorendone la lettura e la comprensione.
Lo spazio al servizio delle collezioni
L’intervento architettonico, firmato da Balletti+Sabbatini Architetti, nasce da un principio preciso: sottrarre presenza all’allestimento per affidare il ruolo principale alle opere. Le sale, in precedenza caratterizzate da superfici chiare che tendevano a confondersi con la pietra dei reperti, vengono trasformate attraverso una nuova palette cromatica composta da tonalità grigio-azzurre al piano terreno e grigi caldi ai livelli superiori. Il colore diventa così uno strumento capace di aumentare il contrasto con i manufatti e rafforzarne la presenza plastica.
Anche la percezione degli ambienti cambia profondamente. Le pareti assumono il ruolo di fondali scenici, mentre i nuovi controsoffitti, separati da una sottile linea d’ombra, sembrano sospesi e alleggeriscono l’insieme. Al loro interno trovano posto gli impianti illuminotecnici, completamente integrati nell’architettura, contribuendo a un’immagine essenziale e ordinata. La scelta di ridurre la presenza visiva degli elementi espositivi non impoverisce gli ambienti, ma concentra l’attenzione sulla qualità plastica delle collezioni.
Architettura che scompare
Anche i basamenti partecipano a questa logica. Disegnati come volumi minimali, privi di elementi tecnici visibili, adottano una cromia scura che si fonde con il pavimento e con le pareti. Sottili linee d’ombra tra supporto e reperto producono un effetto di leggerezza, facendo apparire le grandi sculture marmoree quasi sospese nello spazio.
Dove non è stato possibile movimentare le opere, le basi esistenti sono state rivestite con lastre in pietra serena, uniformando il linguaggio dell’allestimento senza intervenire direttamente sui reperti. Anche in questi dettagli emerge una progettazione misurata, capace di dare unità agli spazi senza alterare il rapporto diretto tra visitatore e opere.
Le sale che scandiscono il percorso
All’interno dell’allestimento emergono due ambienti che rappresentano i principali punti di intensità del museo.
La Sala di Rufus concentra l’attenzione sul grande mosaico con il Trionfo di Dioniso e sulla ricostruzione del monumento funerario di Rufus. La semplificazione delle superfici architettoniche trasforma queste due opere in quinte scenografiche che organizzano la percezione dell’intero ambiente.
L’ultima sala introduce invece un linguaggio più dichiaratamente contemporaneo. Le vetrine centrali e la ricostruzione di una domus romana vengono restaurate e valorizzate attraverso un intervento che dialoga con la museografia contemporanea mantenendo continuità con il linguaggio dell’intero museo.
La luce disegna la visita
Il disegno illuminotecnico degli architetti Carolina De Camillis e Riccardo Fibbi considera la luce come parte integrante dell’esperienza museale. L’obiettivo non è soltanto garantire la corretta visione dei reperti, ma costruire una lettura più consapevole degli spazi, mantenendo sempre in secondo piano la presenza degli apparecchi illuminanti.
L’illuminazione, calibrata e modulabile, evita fenomeni di abbagliamento e utilizza sistemi ad alta efficienza energetica per garantire comfort visivo e controllo percettivo. Gli effetti luminosi diventano quasi invisibili: l’attenzione rimane costantemente rivolta alle opere, mentre le sorgenti luminose si dissolvono nella costruzione dello spazio.
Il risultato è un’alternanza di momenti di forte intensità visiva e ambienti più raccolti, nei quali architettura e allestimento accompagnano lo sguardo senza mai competere con i reperti. La luce diventa così uno strumento di orientamento e interpretazione, contribuendo a scandire il ritmo della scoperta con naturalezza.
Particolare rilievo assume la Sala di Rufus, dove il grande mausoleo continua a dialogare con la città anche nelle ore serali grazie a un’illuminazione scenografica visibile dall’esterno del museo.
La grafica come progetto museale
Accanto al riallestimento prende forma il lavoro di comunicazione sviluppato da FrameLAB – Multimedia & Digital Storytelling dell’Università di Bologna.
La grafica non si limita a orientare il visitatore, ma diventa parte integrante della fruizione. I testi adottano un linguaggio accessibile, privo di tecnicismi non necessari, e accompagnano il pubblico attraverso livelli progressivi di approfondimento. Ogni sala viene identificata da un reperto simbolo, trasformato in un punto di riferimento capace di rendere più immediata la comprensione dei contenuti.
L’identità visiva si fonda inoltre su un sistema cromatico che distingue i principali nuclei tematici del museo – la città dei vivi, la città dei morti e la rappresentazione pubblica della comunità romana – favorendo l’orientamento senza interrompere la continuità della lettura. Citazioni dalla letteratura classica e un apparato grafico essenziale completano un sistema di comunicazione che accompagna il pubblico attraverso connessioni, rimandi e livelli di lettura progressivi, trasformando l’orientamento in parte integrante dell’esperienza museale.
Accessibilità come parte dell’esperienza
Il rinnovamento si completa con gli interventi dedicati all’accessibilità, sviluppati dall’architetto Fabio Fornasari grazie ai fondi PNRR. Oltre all’accessibilità fisica già garantita dal museo, il nuovo allestimento introduce strumenti che ampliano le possibilità di fruizione, tra cui un video introduttivo disponibile anche in Lingua dei Segni Italiana e un percorso visuotattile distribuito lungo l’intero museo.
L’accessibilità non è affrontata come un’integrazione successiva, ma come una componente strutturale dell’allestimento. In dialogo con architettura, illuminazione e comunicazione, amplia le modalità di fruizione e rende il museo più aperto a pubblici differenti, confermando come la qualità dell’esperienza museale passi anche dalla possibilità di essere condivisa da tutti.
Più che introdurre nuovi elementi, il riallestimento ridefinisce il rapporto tra opere, architettura e pubblico. Colore, luce, grafica e accessibilità contribuiscono a costruire un ambiente nel quale ogni scelta sostiene la lettura delle collezioni con discrezione. Il Museo Archeologico Nazionale di Sarsina rinnova così la propria identità attraverso un allestimento che non si limita a ospitare i reperti, ma diventa esso stesso parte del racconto.
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