Mettere in scena la collezione. Incontro con Stefano Roffi
La Fondazione Magnani-Rocca affianca da molti anni alla collezione permanente un’intensa attività espositiva. Come nasce la programmazione delle mostre temporanee e quali criteri guidano la scelta degli artisti e dei temi? Quanto conta costruire una continuità tra un progetto e l’altro?
Il riferimento, quando vengono progettate le mostre temporanee, è sempre il nostro fondatore Luigi Magnani e la sua inesauribile curiosità nei confronti del mondo della cultura e delle arti figurative. La collezione permanente lo testimonia: è una raccolta che va dal XII secolo fino a Burri, all’ultimo anno di lavoro di Morandi e all’Informale, passando per Goya, Tiziano, Van Dyck, Cézanne, Monet, Canova e molti altri.
Questo ci consente di spaziare, nella consapevolezza che il nostro fondatore avrebbe gradito ogni volta una nuova avventura intellettuale. A volte le mostre sono direttamente ispirate a opere presenti nella collezione: negli anni, per esempio, abbiamo dedicato omaggi ai grandi artisti italiani del Novecento che Magnani aveva collezionato e, in molti casi, frequentato personalmente.
Abbiamo realizzato oltre settanta mostre e sarebbe limitativo attenersi soltanto a quanto è presente nella raccolta. Cerchiamo piuttosto ogni volta un riferimento al fondatore: può essere un suo interesse, una frequentazione, un richiamo contenuto nei suoi scritti. Nel caso di Man Ray il legame è piuttosto sottile: una delle sue opere più celebri è Le Violon d’Ingres e Ingres era un artista molto amato da Magnani, che ne aveva collezionato un disegno.
Ci sono poi filoni che abbiamo indagato nel tempo, come quello della grande arte italiana del Novecento, ma anche quelli della comunicazione e della pubblicità. L’intenzione è proseguire sviluppando tematiche già in qualche modo anticipate. Due anni fa, per esempio, abbiamo realizzato una mostra sul Surrealismo nella quale Man Ray era uno dei protagonisti; oggi è il protagonista assoluto.
Le mostre temporanee possono avvicinare alla Fondazione anche un pubblico nuovo. Quanto sono importanti per far conoscere la Villa e la collezione?
Sono fondamentali. Le mostre temporanee consentono una comunicazione sempre nuova e rinnovata, cosa che la collezione, proprio perché permanente, non potrebbe consentire nello stesso modo. Ci permettono di proporre tematiche diverse e fanno sì che molte persone arrivino qui per la prima volta, magari attratte da una particolare mostra, e scoprano così anche la raccolta.
A ogni mostra una parte del pubblico viene alla Fondazione per la prima volta. La sola collezione permanente, per quanto straordinaria, credo che ci permetterebbe di raggiungere forse il dieci per cento del pubblico che riusciamo invece a coinvolgere attraverso le mostre temporanee. È naturalmente una valutazione approssimativa, ma non credo sia molto lontana dalla realtà.
D’altra parte la Fondazione vuole essere un luogo vivo, capace di offrire sempre nuovi stimoli. La vita di Luigi Magnani è stata tutta così: ogni volta si innamorava di un artista, di un quadro, magari di una composizione musicale o di una poesia. Da questi continui innamoramenti è nato qualcosa di stabile e permanente, con un’identità data proprio dalla sua vita. La collezione, così eterogenea, sarebbe quasi incomprensibile se non venisse letta attraverso i suoi interessi.
Luigi Magnani non ha lasciato un allestimento definitivo della collezione. Quanto spazio avete oggi per intervenire sulla disposizione delle opere e creare nuovi accostamenti? E come si inseriscono in questo contesto gli spazi destinati alle mostre temporanee?
Luigi Magnani non ha mai visto interamente la propria collezione. Non mostrava a se stesso e ai propri ospiti tutte le opere contemporaneamente, ma di volta in volta qualcosa di particolare, spesso anche in relazione agli ospiti che riceveva. Ci sono stati periodi in cui erano esposte le opere di Cézanne, altri in cui si poteva vedere Tiziano; Canova è arrivato per ultimo e quindi lo hanno visto in pochissimi. Ma la collezione nel suo insieme non l’ha mai vista nessuno, a partire dallo stesso Magnani.
Quando è morto non esisteva dunque un allestimento della collezione permanente che dovessimo rispettare: ci ha lasciato le opere, ma non l’allestimento. Ci ha lasciato però il suo gusto per la ricerca di nuovi accostamenti e nuove suggestioni, ed è ciò che cerchiamo di mettere in pratica.
Ogni anno introduciamo qualcosa di nuovo, creando collegamenti e accostamenti che magari non erano stati sperimentati prima. Naturalmente esiste un’ossatura e ci sono alcuni punti fermi, anche per ragioni molto concrete: il Goya, per esempio, è un quadro molto grande e non può essere continuamente spostato. Ma all’interno di questa struttura cerchiamo ogni anno di sorprendere un po’.
Le mostre temporanee hanno invece uno spazio dedicato che era stato individuato dallo stesso Magnani. Nel 1983 aveva adattato una serie di locali precedentemente utilizzati come magazzini e serre e vi aveva allestito una mostra da lui organizzata, “Da Cézanne a Morandi e oltre”. Sono ancora quelli gli spazi che utilizziamo oggi. Dopo la sua morte sono stati naturalmente molto migliorati dal punto di vista della capacità espositiva, dell’impiantistica e della sicurezza, ma abbiamo seguito una scelta già compiuta dal fondatore.
Man Ray era già comparso nella mostra dedicata al Surrealismo, mentre oggi diventa protagonista di una monografica. Come siete arrivati alla scelta di dedicargli una mostra e quale Man Ray avete voluto raccontare?
Abbiamo voluto presentarlo in un modo inconsueto, naturalmente senza trascurare ciò per cui è conosciuto in tutto il mondo. La sua attività fotografica è ampiamente rappresentata, con le opere più note e molte altre, ma accanto a questa abbiamo voluto documentare l’attività di un artista a tutto campo.
Man Ray si divertiva ad applicare alla pittura tecniche fotografiche e alla fotografia tecniche pittoriche. Amava rimescolare, sorprendere, dare un significato alle cose e alle apparenze. In mostra sono presenti anche molte sculture, nelle quali emerge una matrice dadaista legata anche alla lunga frequentazione con Duchamp, e i suoi libri d’artista. Era un uomo molto colto, amava la poesia, frequentava poeti e ha realizzato splendidi libri d’artista.
Ci sono infine i film: Man Ray è stato molto attivo anche nel cinema e, soprattutto negli anni Venti, ha realizzato film surrealisti rimasti nella storia del cinema.
La mostra restituisce un Man Ray che attraversa fotografia, pittura, scultura, libri d’artista e cinema. Come avete tradotto questa pluralità nel percorso espositivo, mettendo in relazione linguaggi e opere differenti?
La visita a “Man Ray. Tutto” consente di esplorare l’intero pianeta creativo di Man Ray, non soltanto la parte conosciuta da tutti. Si scopre così che quanto ha realizzato costituisce in realtà un tutt’uno.
Man Ray non distingueva tra le diverse espressioni artistiche: erano tutte sfaccettature di una sua particolare sensibilità. È questa unità che abbiamo cercato di restituire.
Il furto e il successivo ritrovamento di tre opere della collezione hanno posto la Fondazione di fronte a un evento eccezionale. Come si conciliano la necessità di tutelare le opere e quella di garantirne la fruizione? E, sul piano personale, come ha vissuto quei mesi?
Per chi fa un lavoro come il mio, e per tutti gli amministratori della Fondazione, la conservazione e la tutela delle opere sono prioritarie. È la tutela a rendere possibile la fruizione: le due esigenze devono necessariamente armonizzarsi.
Credevamo di avere già messo in pratica tutto il possibile per proteggere le opere, ma ci siamo imbattuti in ladri molto abili, capaci di mettere in atto un’operazione quasi militare. Successivamente abbiamo incrementato ulteriormente le misure di sicurezza. Dobbiamo fare in modo che ciò che il fondatore ha lasciato non tanto alla Fondazione Magnani-Rocca, quanto alla collettività, continui a essere patrimonio della collettività.
Sul piano personale, quello che è accaduto è stato certamente molto scioccante. Ho saputo del furto durante la notte e per qualche tempo ho sperato che si trattasse di un incubo, che mi sarei risvegliato scoprendo che non era successo nulla. Invece l’incubo è proseguito per diversi mesi, fino a quando il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ci ha informato del ritrovamento.
Fin dal primo momento abbiamo sentito una grandissima vicinanza da parte loro e ne abbiamo apprezzato la professionalità. Quando le opere sono state ritrovate abbiamo organizzato una festa per celebrare il loro ritorno e ringraziare anche i Carabinieri che le avevano recuperate.
Per me il rapporto con l’Arma ha avuto anche un significato particolare: dopo avere svolto il servizio militare nei Carabinieri, per qualche tempo avevo accarezzato l’idea di dedicarmi proprio alla tutela delle opere d’arte. Poi la mia vita ha seguito un’altra strada, ma ritrovarmi tanti anni dopo a contatto con queste professionalità è stato molto speciale.
Luigi Magnani aveva pensato alla destinazione pubblica della propria collezione già molto prima della fine della sua vita. Quanto continua a orientare le scelte della Fondazione questa sua idea originaria e, più in generale, il suo modo di intendere l’arte e la cultura?
Ogni giorno rimango colpito da ciò che Luigi Magnani ha voluto realizzare. Spesso i collezionisti arrivano alla fine della propria vita e soltanto allora si chiedono che cosa ne sarà della loro collezione. Per Magnani è stato diverso: fin dalla prima maturità aveva pensato a una destinazione pubblica, al pubblico godimento di ciò che stava costruendo.
Era una persona estremamente riservata e molto rigorosa nelle proprie frequentazioni, ma per il dopo di sé volle che la sua collezione fosse a vantaggio di tutti. Non fu quindi una decisione presa alla fine della vita, ma il progetto di un uomo ancora giovane. È stata una scelta lungimirante, quasi un’impresa culturale consapevolmente destinata alla collettività.
È qualcosa che continua ad affascinarmi. Ogni volta che devo prendere una decisione di carattere culturale o artistico cerco di immaginare quale valutazione avrebbe fatto Magnani. Rifarmi a lui mi aiuta ancora oggi a prendere le decisioni.
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