Conversazioni sul progetto espositivo. Incontro con Chiara Spinnato
Con Conversazioni sul progetto espositivo, MyExhibition dà voce a chi idea, organizza, progetta e realizza mostre. Una serie di incontri con i professionisti del settore per conoscere, attraverso le loro esperienze, i processi, le scelte e le competenze che danno forma a un’esposizione, dall’idea iniziale alla sua realizzazione.
Da dove nascono le idee per le vostre mostre e come decidete quali trasformare in un progetto Vertigo Syndrome?
Scegliamo io e Filippo [Giunti]: solitamente sono io quella che si entusiasma per una proposta o per un’intuizione. Dopo 26 anni che faccio mostre io ancora mi esalto per un’idea come se fosse la prima della mia vita. Filippo invece è la parte più cauta e più analitica. Prima di prendere una decisione confrontiamo le nostre opinioni e le nostre analisi. Ci diamo battaglia a vicenda a colpi di budget, analisi di mercato e idee di possibile sviluppo: diventano mostre Vertigo Syndrome solo le idee che sopravvivono a queste battaglie all’ultimo sangue.
Una volta individuata l’idea, quali sono i passaggi decisivi per trasformarla in una mostra?
Innanzitutto la sede. Che è la parte più difficile. Trovare lo spazio espositivo giusto che sia adatto alla mostra che si vuole realizzare. Trasformare un concept in mostra passa innanzitutto da immaginare in quale spazio si realizzerà il percorso. Altro elemento fondamentale è selezionare il curatore, che è una sorta di regista della mostra: a seconda del curatore che si sceglie per realizzare una mostra insieme a noi cambierà totalmente lo sviluppo del progetto. Nelle prime riunioni dobbiamo individuare con il curatore i punti fondamentali che noi pensiamo debbano essere presenti nella mostra: quali opere, di che tipologia, che tipo di racconto vogliamo fare e chi vogliamo coinvolgere. Altro elemento fondamentale è la scelta degli architetti o designer che insieme a noi svilupperanno il progetto espositivo. La realizzazione di una mostra non è mai fatta da un’unica persona, ma da un team di esperti che insieme creano un’opera collettiva: noi scegliamo con attenzione ogni pezzo di questo processo. Poi nel caso di Vertigo Syndrome un’importanza fondamentale ha la scelta del titolo della mostra e della comunicazione che verrà fatta: questa è la parte che sviluppa Filippo che essendo pubblicitario conosce tutti i segreti per raccontare anche le cose più difficili in modo semplice e diretto.
Ogni mostra coinvolge professionalità diverse. Come costruite il gruppo di lavoro e come ne coordinate le competenze durante le varie fasi del progetto?
Il project manager è fondamentale, senza questa figura non arriveremmo alla fine di quello che è davvero ogni volta un processo molto difficile. Il gruppo di lavoro mantiene sempre la presenza di elementi chiave della nostra struttura interna, ma viene arricchito di volta in volta da collaborazioni esterne per rafforzare e semplificare i processi di ogni singola mostra che ha alla base ogni volta moltissima ricerca e poi diverse fasi per lo sviluppo e la produzione.
Le vostre mostre sono ospitate in spazi e istituzioni differenti. Come costruite il rapporto con chi vi accoglie e quanto lo spazio espositivo può influenzare il progetto?
Questa parte è decisamente il mio super potere. Il rapporto con il soggetto che ci ospita è la parte che io amo di più e che svolgo da quasi 27 anni. Si parte sempre da un rapporto umano e di stima, io penso che se non si comincia da qui, poi sia impossibile portare avanti la produzione. E poi ci vuole l’entusiasmo e la passione per arrivare fino al giorno del disallestimento: ogni volta dal primo incontro fino a quando il progetto si può definire concluso passa come minimo un anno, solitamente anche due o tre. Nella nostra esperienza e nella nostra progettualità c’è la ferma convinzione che una mostra non debba essere un “prodotto” da spostare come un contenuto asettico in un contenitore altrettanto asettico: un esempio per tutti può essere la nostra mostra “Stregherie” giunta ormai alla sua quarta edizione che, pur mantenendo la struttura invariata, è stata portata in diverse sedi, con diverse curatele, diverse opere e diversi racconti che sono cambiati a seconda del luogo. E questo i nostri visitatori lo sanno: ci sono persone che ci hanno seguito in tutte le città in diverse parti d’Italia: da Monza a Bologna e Padova.
Quali sono oggi le difficoltà maggiori che incontrate nella realizzazione di una mostra?
Sicuramente trovare la sede giusta nel periodo giusto. Fondamentalmente penso che stia tutto qui. Sbagliare sede o sbagliare il periodo può compromettere completamente la buona riuscita di un progetto, anche se rimane in sé e per sé un progetto bellissimo.
Quanto incidono le scelte di allestimento, grafica, illuminazione, accessibilità, strumenti digitali e servizi al pubblico nella costruzione dell’esperienza di visita?
Sono fondamentali. Perché richiedono innanzitutto idee e cura per il dettaglio, che è ciò che distingue l’attaccare dei quadri al muro da una mostra vera.
Come è cambiato negli ultimi anni il modo di progettare e produrre mostre?
Il cambiamento più grande è dato dalla moltiplicazione della realizzazione di mostre e alla loro industrializzazione. Le mostre si somigliano tutte moltissimo non solo nel modo in cui vengono realizzate ma anche nei temi che affrontano: sono sempre gli stessi artisti e gli stessi movimenti che vengono spostati a pacchetto da una città all’altra. In questo senso noi manteniamo con fermezza uno spirito di innovazione e creatività all’interno dei nostri progetti che li rende unici e differenti dagli altri.
Qual è un aspetto del vostro lavoro, poco visibile al pubblico, che considerate determinante per la riuscita di una mostra?
Le idee. Pensiamo tantissimo prima di realizzare una mostra e ogni piccolo aspetto, anche come scrivere i prezzi dei biglietti è pensato. In realtà questo è percepito da molti nostri visitatori, capiscono che entrare in una nostra mostra è un’esperienza diversa da quelle a cui sono abituati normalmente, per questo ci seguono in diverse parti d’Italia.
Avete introdotto nelle vostre mostre la formula “Soddisfatti o rimborsati”, una scelta insolita nel settore culturale. Come nasce e quale significato ha per voi?
Sì siamo gli unici in Italia, e nel resto del mondo ci sono pochissimi casi, noi ne abbiamo trovato solo uno in realtà. Lo facciamo per mandare un messaggio chiaro: non facciamo parte del mostrificio: noi produciamo solo quello in cui crediamo veramente e ne siamo così certi da mettere questa forma di garanzia. E poi perché siamo convinti che la responsabilità della buona riuscita della mostra debba ricadere sulle nostre spalle, non su quelle dei nostri visitatori che si sono fidati di noi.
Come progettate un’esperienza capace di coinvolgere il visitatore senza che gli elementi spettacolari prevalgano sui contenuti culturali?
Partendo innanzitutto dai contenuti scientifici, che sono la sostanza dei nostri percorsi: le opere, i testi, le immagini, la ricerca. Una volta costruita la mostra nei suoi contenuti studiamo quelli che chiamiamo “inciampi” che sono cioè dei dispositivi per mantenere sempre vigile l’attenzione dei visitatori. L’obiettivo è quello di coinvolgerli, di incuriosirli, a volte anche emozionarli, senza però perdere mai di vista il contenuto e l’obiettivo della mostra: creare una curiosità al termine della mostra che li spinga a volerne sapere di più, se riusciamo a fare questo, abbiamo fatto un buon lavoro.
Nel vostro manifesto sostenete che una mostra non dovrebbe essere replicata allo stesso modo in luoghi diversi. Che cosa ripensate a ogni nuova sede e quali elementi mantenete invariati?
Cito nuovamente “Stregherie”: in questo caso in ogni sede abbiamo fatto ricerche relative a episodi di processi con accuse di stregoneria avvenuti nel territorio in cui era ospitata la mostra. È un’idea semplice ma sostanziale. Così come invitare sempre un artista diverso per ogni sede per la sezione speciale della “Mostra nella mostra”: dove possibile invitiamo un artista a interpretare il tema della mostra e tutte le volte lo cambiamo. E poi sicuramente gli eventi collaterali che accompagnano le nostre mostre cambiano di città in città coinvolgendo anche realtà del territorio. Certo questo per noi richiede lavoro, impegno e nuovi investimenti, ma così il progetto rimane sempre vivo e in continua evoluzione, ed è per questo che i nostri visitatori tornano più volte nelle diverse città. Rimangono i capisaldi della mostra, che restano invariati in ogni sede: il nucleo principale delle opere, le sale immersive studiate per coinvolgere il pubblico, ciò che rende il progetto unico e riconoscibile.
Qual è la lezione più importante che avete imparato dalla vostra esperienza nel mondo delle mostre?
Che il pubblico capisce. E se si continua a lavorare bene il pubblico continua a seguirti, per questo insistiamo tanto sui percorsi per i bambini e per i giovani: costruire progetti per loro, insegnare loro a riconoscere e sapere cosa farsene di una cosa bella. Non so se sia qualcosa che possa realmente contribuire nel suo piccolo a rendere questo mondo un posto un po’ più bello, ma noi ci diciamo di sì, e continuiamo a fare così.
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