Riscoprire un’idea di museo. Il riallestimento del Museo Calouste Gulbenkian
Inaugurato nel 1969, il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona è considerato uno dei riferimenti della museografia modernista europea. Fin dall’origine il museo è stato concepito come un sistema nel quale architettura, collezioni, luce naturale e paesaggio concorrono a costruire un’unica esperienza di visita. Nel corso dei decenni, aggiornamenti tecnici, nuove esigenze conservative e trasformazioni funzionali hanno progressivamente modificato questo equilibrio. Dopo diciotto mesi di lavori, la riapertura coincide con un riallestimento che recupera la visione progettuale alla base del museo, restituendo centralità al rapporto tra architettura, collezioni e paesaggio che ne aveva definito il carattere fin dalla sua apertura.
Restituire coerenza al progetto
L’intervento, firmato dagli architetti Frédéric Ladonne e Teresa Nunes da Ponte, evita volutamente ogni gesto di rottura. L’obiettivo non è reinterpretare il museo con un nuovo linguaggio, ma recuperare la coerenza dell’impianto concepito dagli architetti Ruy Jervis d’Athouguia, Alberto Pessoa e Pedro Cid, insieme al museologo Georges-Henri Rivière e all’architetto Franco Albini.
Per raggiungere questo risultato il lavoro è partito da un’approfondita ricerca negli archivi. Disegni originali, fotografie storiche e documentazione d’epoca hanno guidato il recupero di materiali, finiture e dispositivi espositivi che caratterizzavano gli ambienti alla fine degli anni Sessanta: rivestimenti in seta, superfici lignee, bronzo, vetro, calcestruzzo e la caratteristica moquette delle gallerie europee tornano così a definire l’atmosfera degli spazi.
L’intenzione non è ricostruire un’immagine del passato, ma restituire coerenza a un sistema di relazioni che continua a dimostrarsi attuale. Più che recuperare ambienti storici, l’intervento recupera il modo in cui il museo era stato pensato per essere vissuto, dimostrando come sia possibile aggiornare un’istituzione senza rinunciare alla logica progettuale che ne aveva guidato la nascita.
Il giardino torna nell’esperienza di visita
Fin dalla sua inaugurazione il Gulbenkian è stato progettato affinché il giardino fosse parte integrante del percorso museale. Le grandi superfici vetrate e i cortili interni permettevano al paesaggio di accompagnare continuamente lo sguardo, trasformando la natura in un elemento attivo dell’allestimento.
Con il passare degli anni, tende, veneziane e schermature introdotte per esigenze conservative avevano progressivamente attenuato questa relazione. Il nuovo intervento sostituisce molti di questi elementi con pellicole filtranti ad alte prestazioni che proteggono le opere senza interrompere le visuali verso il verde circostante.
Le nuove visuali modificano profondamente la percezione del percorso. Il giardino torna a entrare nel museo non come semplice sfondo, ma come parte integrante dell’esperienza di visita. Le aperture verso i cortili scandiscono nuovamente la sequenza degli spazi, restituendo continuità a un rapporto tra interno ed esterno che costituiva uno degli elementi distintivi del progetto originario.
La luce come materiale di progetto
Il recupero del rapporto con il giardino è strettamente legato a un secondo tema, quello della luce naturale. Il progetto non si limita infatti a migliorare le condizioni di conservazione delle opere, ma restituisce alla luce il ruolo di materiale architettonico.
Nel Gulbenkian la luce non svolge soltanto una funzione conservativa o scenografica. È uno dei materiali attraverso i quali l’architettura costruisce il rapporto tra opere, spazi e paesaggio. Recuperarne la qualità significa restituire al visitatore una componente essenziale del progetto museografico.
Lo studio della vegetazione e del comportamento stagionale degli alberi ha consentito di controllarne l’ingresso nelle sale, mentre il nuovo impianto illuminotecnico ricostruisce la qualità luminosa immaginata all’apertura del museo. La luce torna così a modellare gli ambienti, a mettere in relazione interno ed esterno e a scandire il percorso con variazioni percettibili ma mai invasive.
Ridisegnare il percorso senza cambiarlo
La trasformazione più significativa non riguarda le opere esposte, ma il modo in cui il visitatore le incontra.
Il percorso espositivo non è soltanto il luogo in cui le opere vengono presentate. È il dispositivo attraverso il quale il museo costruisce il proprio racconto, orientando lo sguardo, i tempi della visita e le relazioni tra gli oggetti esposti.
L’eliminazione di alcune partizioni introdotte negli anni Duemila, il ritorno della moquette verde nelle gallerie europee, il ripristino dei rivestimenti in seta e la ricostruzione della struttura lignea tra le sezioni dedicate all’Asia e all’Europa modificano profondamente la lettura dello spazio, restituendo continuità al percorso originario.
Emblematico è proprio il recupero della schermatura a listelli. Più che separare due ambienti, questo dispositivo costruisce una successione di scorci che accompagna gradualmente lo sguardo verso alcuni dei capolavori della collezione. È un elemento discreto, ma rivela quanto la museografia non sia soltanto organizzazione funzionale degli spazi: è un progetto della percezione, capace di orientare tempi, prospettive e modalità di osservazione.
In un museo il percorso è infatti parte del racconto. Restituire questi dispositivi significa riportare il visitatore nelle condizioni di cogliere la logica con cui la collezione era stata pensata, senza che il progetto espositivo debba dichiarare la propria presenza.
Tecnologia al servizio della museografia
Anche gli interventi contemporanei seguono questa impostazione. Nuove teche antiriflesso, sistemi illuminotecnici, dispositivi di controllo climatico e soluzioni conservative di ultima generazione vengono integrati senza alterare il carattere degli ambienti.
Accanto al recupero degli allestimenti storici trovano spazio un nuovo gabinetto numismatico, il riallestimento della Sala Lalique e la ricollocazione di numerose opere, insieme al ritorno in esposizione di oggetti conservati nei depositi. L’innovazione non viene utilizzata per ridefinire l’identità del museo, ma per renderne possibile la continuità nel tempo.
Un museo che torna a parlare al presente
Più che restituire l’immagine del museo com’era, il riallestimento restituisce il modo in cui era stato pensato per essere vissuto. È in questa ritrovata coerenza tra architettura, museografia e paesaggio che il Museo Calouste Gulbenkian continua, dopo oltre mezzo secolo, a parlare al presente.
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